Ex Ilva, una storia tutta italiana

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Come l’ex Alitalia, anche l’ex Ilva è un classico esempio di pasticcio italiano. Purtroppo come succede in questi casi a pagare le conseguenze sono sempre i lavoratori e le loro famiglie. Alla cattiva gestione della fabbrica, si aggiungono i problemi del caro energia che sta “mangiando” tutta la liquidità. “Abbiamo speso quasi 1,4 miliardi di energia, a fronte dei 180 milioni spesi 2020”, ha dichiarato Franco Bernabè, presidente di Acciaierie d’Italia, controllata da Mittal per il 62% e il restante dallo Stato tramite Invitalia.

L’ennesimo campanello di allarme di questa profonda crisi di liquidità, aggravata dalla situazione attuale, è arrivato con lo stop di 145 aziende dell’indotto e 2 mila posti di lavoro a rischio. Per tale motivo la scorsa settimana il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha convocato i sindacati e l’azienda, ma quest’ultima non si è presentata.

Non sono ufficiali le  motivazioni di questo blocco, ma secondo i sindacati, l’azienda Acciaierie d’Italia sta facendo pressione  affinchè il governo dia il via libera al miliardo stanziato dal governo Draghi.

Una breve storia dell’ex Ilva

Per capire la grave crisi dell’ex Ilva, è necessario fare un passo indietro.

La Società siderurgica italiana fu fondata a Genova nel 1905, con lo scopo di dar vita a uno stabilimento siderurgico a Bagnoli, vicino Napoli.

Nel 1937 la società entrò a far parte del gruppo Finsider,  finanziaria costituita quello stesso anno per la gestione delle società siderurgiche dell’IRI. L’obiettivo era costituire il più grande complesso italiano nel settore della siderurgia e delle lavorazioni derivate.

Il 20 giugno 1959, in un’ottica di modernizzazione del Paese e per far fronte alla grave crisi economica e sociale, il ministero per le Partecipazioni statali, in base alla legge per l’industrializzazione del Mezzogiorno, deliberò a Taranto l’insediamento del IV centro siderurgico. In città fu inviato dall’Iri l’ing. Alessandro Fantoli, con l’incarico di individuare i terreni da comprare o espropriare. L’impianto di Taranto fu inaugurato ufficialmente il 10 aprile 1965 dall’allora presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat. La scelta di Taranto fu politica, ma anche territoriale grazie alle sue aree pianeggianti e vicine al mare, la disponibilità di calcare. In poco tempo la fabbrica di Taranto divenne il più grande e importante stabilimento di acciaio dell’Europa.

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La crisi dell’acciaio e l’acquisizione dei Riva 

In seguito alla grave crisi  degli anni Ottanta, l’acciaieria venne acquisita nel maggio del 1995 dal gruppo Riva, fondato nel 1954 da Emilio con il fratello Adriano. Si trattò di una privatizzazione iniziata con il governo Dini e proseguita con il governo Prodi. I Riva acquistarono la fabbrica a 2,500 miliardi di lire per una società che valeva 4,000 miliardi di lire. All’epoca si parlò di “svendita” dell’Ilva.

La questione ambientale 

Ai Riva toccò rilanciare la fabbrica, ma emersero i primi problemi legati all’ambiente e alla salute dei cittadini. Nel febbraio del 2008,  PeaceLink, vedendo un pascolo vicino al siderurgico, commissionò delle analisi su un pezzo di formaggio.

Dalle analisi emerse che le concentrazioni di diossina e Pcb erano tre volte superiori ai limiti di legge. Il 27 febbraio 2008, Peacelink presentò un esposto in Procura, mentre l’Asl di Taranto autorizzò l’abbattimento dei capi di bestiame, decretando la fine delle attività imprenditoriali per i risicati ristori.

Nel 2009 l’Asl di Taranto propose al ministero della Salute un progetto per verificare il nesso tra inquinamento e danni sanitari. Venne finalmente istituito il Registro tumori regionale. Nonostante i dati preoccupati del benzo(a)pirene, il Governo rinviò  l’adozione del valore di benzo(a)pirene al 31 dicembre 2012.

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Sequestro degli impianti dell’area a caldo

Il 26 luglio 2012 il Gip Todisco firmò l’ordinanza di sequestro di sei impianti dell’area a caldo. Emilio Riva, il figlio, e l’ex direttore dello stabilimento vennero arrestati con l’accusa di disastro ambientale.

A novembre fu ordinata la confisca della produzione e l’incriminazione dei nuovi vertici del gruppo, l’ex prefetto Bruno Ferrante, e il nuovo direttore Adolfo Buffo, con l’accusa di non aver adottato le prescrizioni per limitare le emissioni.  Iniziò così un duro scontro tra la Procura e il Governo italiano.

La Procura di Milano emise nei confronti della famiglia Riva un ordine di sequestro di 1,2 miliardi di euro per l’inchiesta reati finanziari. Secondo la Procura i Riva nascosero  gran parte del patrimonio aziendale nei conti hoffshore. Subito dopo il Gip Todisco dispose  il sequestro per 8,1 miliardi di euro del patrimonio Riva, cifra stimata dai tecnici per adeguare gli impianti dello stabilimento.

Il governo Letta autorizzò il commissariamento affidandolo a Enrico Bondi e Edoardo Ronchi. I commissari si sarebbero dovuti occupare del piano ambientale ed aziendale.

Nel 2014 la Consulta annullò la confisca degli 8,1 miliardi ordinata dal Gip Todisco. L’Ilva fu dichiarata fallita e sottoposta a regime di amministrazione straordinaria.

Il bando e l’assegnazione ad Arcelor Mittal 

Giunse il Governo Renzi che affidò a Pietro Gnudi il compito di trovare un nuovo acquirente, e a Corrado Carruba  la gestione degli aspetti ambientali.

Mentre il governo perseguiva il risanamento ambientale, introdusse lo scudo penale per i commissari straordinari.

Nel 2016 la  ministra dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, pubblicò il bando di messa in vendita dello stabilimento. Le due cordate concorrenti furono due: AcciaItalia, costituita dal gruppo indiano Jindal, Arvedi, Delfin e da Cassa Depositi e Prestiti; l’altra cordata fu Am Investco con ArcelorMittal e Mercegaglia. Il Governo estese ulteriormente lo scudo penale e amministrativo ai futuri acquirenti o affittuari dello stabilimento.

Il 17 maggio 2016 iniziò il maxi processo Ambiente Svenduto.

I Commissari straordinari scelsero la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia riunita nella joint-venture AmInvestCo. Nel Piano di Arcelor furono chiesti 6mila esuberi. Il 5 giugno 2017 l’allora ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda firmò il decreto di assegnazione ad ArcelorMittal.

Nel luglio 2018 l’allora ministro dello Sviluppo economico chiese di avviare un’indagine sulla legittimità della gara d’assegnazione a Arcelor Mittal. Per l’Avvocatura di Stato non c’erano gli estremi per annullarla.

All’inizio del 2019 ArcelorMittal, annunciò  in una lettera la volontà di lasciare lo stabilimento e restituirlo allo Stato italiano. Il 4 marzo venne firmato un accordo tra Mittal e i commissari dell’ex Ilva che prevede la modifica del contratto di affitto.

Acciaierie d’Italia 

Nel dicembre 2020, lo Stato è tornato nella gestione delle acciaierie dell’ex Ilva, con  un accordo che prevedeva  un aumento del capitale  di AmInvest Co. Italy Spa  per 400 milioni di Euro, che dava a Invitalia il 50% dei diritti di voto della società.

Il passaggio allo stato del  60% del capitale di Acciaierie d’Italia, ovvero il versameno di altri 680 milioni da parte di Invitalia e l’acquisto dei rami di azienda è posticipata al 2024.

La sentenza di Ambiente Svenduto

Il 31 maggio 2021 è  stata letta la sentenza  di Ambiente Svenduto. I reati contestati riguardavano: l‘associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale doloso, avvelenamento di acque e di sostanze alimentari, per tutto il periodo della gestione dei Riva, dal 1995 al 2013. Mentre agli altri imputati: omissioni di misure di sicurezza sui luoghi di lavoro, abuso di ufficio, concussione, falso ideologico e favoreggiamento.

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