La sanguinosa repressione del regime di Teheran

Condividi

Dopo la morte di Mahsa Amini,  proseguono gli scontri tra manifestanti, la polizia e le Guardie di rivoluzione iraniane.
Iran Human Rights avverte delle continue uccisioni di manifestanti, dell’uso della tortura  e della pena di morte contro i detenuti per forzare false confessioni televisive e chiede un’urgente azione unita da parte della comunità internazionale.
Gli imputati sono  privati ​​del diritto di avere un avvocato di loro scelta e di un giusto processo.

Secondo le ricerche di Amnesty International, almeno 21 persone arrestate durante le manifestazioni in corso da due mesi in Iran rischiano di essere condannate a morte per i reati di “guerra contro Dio” e “corruzione sulla terra”. Cinque processi, svolti con procedure sommarie, sono già terminati con la condanna all’impiccagione.

Secondo un documento riservato, reso pubblico dal canale della Bbc di lingua persiana, dall’inizio delle proteste sono stati arrestati 15-16.000 manifestanti. Nella sola capitale Teheran sono state mosse accuse contro 1024 persone.

La Repubblica islamica in Iran è così spietata che persino alcuni membri della famiglia dei governanti denunciano il regime. Farideh Moradkhani, nipote di Khamenei,  ha paragonato Khamenei a Hitler e Mussolini e sostiene la rivoluzione iraniana. 

La tattica delle autorità iraniane per stroncare le proteste

Amnesty International è entrata in possesso di documenti emessi dai vertici delle forze armate in cui si istruiscono tutti i comandi provinciali ad “affrontare severamente” le persone che manifestano dall’indomani della morte di Mahsa Amini mentre era detenuta dalla polizia morale.

In un documento, datato 23 settembre, c’è scritto che il comandante delle forze armate della provincia di Mazandaran ordina di “affrontare senza pietà, anche arrivando alla morte, qualsiasi disordine provocato da rivoltosi e antirivoluzionari”.

In una dettagliata analisi resa pubblica il 30 settembre, l’organizzazione per i diritti umani ha documentato la tattica delle autorità iraniane per stroncare le proteste: da un lato l’impiego di Guardie rivoluzionarie, delle forze paramilitari basiji, del Comando per il mantenimento dell’ordine pubblico, della polizia antisommossa e di agenti in borghese; dall’altro, il ricorso alla forza letale e alle armi da fuoco con l’obiettivo di uccidere manifestanti e nella consapevolezza che il loro uso avrebbe potuto causarne la morte.

Amnesty International ha anche raccolto prove, di torture ai danni di manifestanti e semplici passanti, di aggressioni sessuali ai danni delle donne in piazza. Alcune di loro sono state picchiate sul seno, altre sono state scaraventate a terra dopo che si erano tolte il velo.

Nel tentativo di assolvere se stesse, le autorità iraniane stanno promuovendo una falsa narrazione sulle vittime, descrivendole come “pericolose” e “violente” e addirittura arrivando a sostenere che siano state uccise da “rivoltosi”Le famiglie delle vittime vengono minacciate per indurle al silenzio o vengono loro promessi risarcimenti se sosterranno pubblicamente, tramite videomessaggi, che i loro cari sono stati uccisi da “rivoltosi” al soldo dei “nemici” della Repubblica islamica dell’Iran.

Amnesty International ha visto immagini contenenti atti di violenza da parte di una minoranza di manifestanti, ma ciò non giustifica il ricorso alla forza letale.

 

LEGGI L’APPROFONDIMENTO: Per le donne iraniane Mahsa Amini è diventata il simbolo della resistenza contro l’apartheid di genere

 

Immagine di Masih Alinejad

La foto rappresenta il sacrificio delle donne.

Sostieni il blog 

L’approfondimento è un blog di approfondimento indipendente e gratuito. L’obiettivo è approfondire in maniera trasparente e oggettiva  le tematiche di attualità. Il lavoro di ricerca e approfondimento però richiedono tempo  e risorse. Una donazione, anche minima, sostiene il lavoro che c’è dietro e permette a tutti l’accesso gratuito ai contenuti.